Bernardo Lupo & Figli

La fabbrica "Bernardo Lupo & Figli"

di Isabella Barcellona

 

La Fabbrica di argenteria “Bernardo Lupo & figli” nasce più di cento anni fa, precisamente nel 1906, grazie all’instancabile operosità del suo fondatore,  Bernardo Lupo (1872-1931)[1] (fig. 1).

Alla fine dell’Ottocento il giovane Bernardo, nutrendo fin da bambino una vera passione per l’arte dello sbalzo e del cesello, entra come battiloro in una fabbrica di argenteria sita tra Piazza Kalsa e lo Spasimo, in una zona oggi  pressoché diroccata  nei pressi di Via del Pallone. Ben presto, grazie alla propria abilità, rileva l’impresa presso cui lavorava, che era destinata a chiudere, e nel 1906, mostrando uno straordinario intuito imprenditoriale, decide di spostare l’attività nelle ex stalle di un antico palazzo nobiliare di Via della Vetriera n.64, tra Via Alloro e Piazza Magione, nella zona cosiddetta “dell’Argenteria Vecchia”, oggi divenute sale di esposizioni e conosciute come “Cavallerizze” di Palazzo Sambuca.

All’inizio l’attività, ufficialmente registrata nel 1922, come si evince dai registri della C.C.I.A.A., venne intrapresa dal solo Bernardo che divideva i locali con un’altra ditta artigiana e forse con un cinema all’aperto, innalzato in estate sopra la terrazza della residenza signorile. Poi, col passare del tempo, Bernardo comincerà ad affiancare a sé i figli maggiori, Filippo e Placido, nati dalla prima moglie, e in seguito, dopo la seconda guerra mondiale, Giorgio, il più piccolo dei suoi eredi, nato da un secondo matrimonio. Un altro figlio, Cesare, si dedicò per poco all’azienda di famiglia prediligendo fin da piccolo l’arte orafa, tanto che, dopo un lungo soggiorno all’estero, al suo ritorno a Palermo aprì un prestigioso negozio di oreficeria nella storica Via Maqueda, poi trasferito nella più rinomata Via Libertà.

Sotto la vigile e rigida direzione di Bernardo, la Fabbrica argentiera, rinomata soprattutto per la realizzazione di posate, progredì enormemente divenendo una tra le più importanti in città. Gli operai venivano sottoposti a lunghi turni di lavoro e accuratamente controllati all’uscita per evitare che rubassero grammi d’argento, sovente nascosti nel risvolto dei pantaloni, ma alle loro problematiche Bernardo prestava sempre grande attenzione, forse perché anch’egli un tempo era stato garzone.

L’attività di argenteria permise a Bernardo Lupo non solo di sostentare la sua numerosa famiglia ma anche di arricchirsi e  di potersi permettere una casa, oggi demolita, in una zona prestigiosa per un artigiano del settore, proprio al centro dello slargo di fronte la chiesa di Sant’Eligio, patrono degli orafi e argentieri.

Il vicinato amava questo abile artigiano e grande lavoratore che, dopo aver diretto per tutta la giornata la lavorazione di posateria al tempo particolarmente fruttuosa, si attardava fino a sera inoltrata nella sua bottega per potersi dedicare alla sua vera passione, assai meno redditizia: l’arte dello sbalzo e del cesello. Pina Patti Cuticchio, pittrice di pupi siciliani e moglie del famoso puparo oprante, Giacomo Cuticchio, il cui padre possedeva una fabbrica di ruote di carretti in miniatura nel cortile di fronte la fabbrica Lupo, ricorda che l’argentiere Bernardo non rifiutava mai di lucidarle la fede in acciaio, fatta realizzare in sostituzione della fede matrimoniale  ceduta durante la campagna Oro alla Patria nel periodo fascista.   

Bernardo si dedicava per diletto al lavoro di sbalzo e cesello per la realizzazione delle vesti in argento delle statue delle Sante e, principalmente, della ricca cintura che orna, ancora oggi, l’abito cerimoniale delle donne di Piana dei Greci, il famoso brez-i.

Una di queste cinture si trova oggi conservata nel Museo Etnografico “G. Pitrè” di Palermo, mentre un disegno su carta autografo dell’argentiere (fig. 2), probabilmente per la fibula centrale del brez-i o per un medaglione, fa parte della collezione privata della famiglia Lupo.

Nella collezione della Famiglia Lupo si ritrova un medaglione in argento, opera di un rinomato cesellatore del tempo, Giuseppe Scafidi, che riproduce e ricostruisce esattamente l’unico disegno superstite di Bernardo Lupo, tradizionalmente identificato come “San Giorgio”. Al centro di una cornice dalle sinuose volute, sormontata da due angeli che reggono una corona a fastigio aperto, è raffigurato un Santo sopra un nugolo di nuvole, con corazza e mantello svolazzante, che regge uno scudo crociato con la mano sinistra e una spada sguainata con la destra. In basso vi è un’aquila dalle ali spiegate (fig. 3).

Ad attestare la perizia di Bernardo Lupo rimane una elegante coppia di posate da pesce in argento 800, realizzata a mano dall’argentiere intorno agli anni ’20, che si caratterizza per la fluidità e morbidezza delle linee (fig. 4).

Alla morte del fondatore, avvenuta nel 1931, l’azienda venne trasferita per successione ai figli e la guida dell’attività artigianale assunta prima dal solo Filippo, poi affiancato da Giorgio, per l’aspetto commerciale e, infine, da Placido, al suo ritorno dalla Tunisia.

 

Durante la seconda guerra mondiale, infatti, Placido, renitente al servizio di leva, per non subire la deportazione in Germania, fu costretto a fuggire con la famiglia a Tunisi, dove aprì una bottega orafa i cui prodotti, particolarmente apprezzati, erano frutto di una eclettica contaminazione di tecniche e modelli europei e orientali.

Dopo il rallentamento della produzione a causa del conflitto bellico, nel 1946, in un periodo di crisi generale e di penuria dell’argento, la fabbrica riprende la sua attività principale, la realizzazione di posateria, utilizzando, per geniale intuizione di Placido, al posto dell’argento “800” il rame fuso dai bossoli di cannone, che nel periodo postbellico era di facile reperimento.

Già dal biennio 1947-48 l’immissione massiccia di materiali preziosi nel mercato, tra cui l’argento, e l’ampio utilizzo della meccanizzazione determinarono un aumento considerevole della produzione e i Lupo divennero una delle fabbriche d’argento più importanti della città insieme alle ditte Formusa e Stancampiano, purtroppo non più esistenti, e alla Fabbrica D’Agostino, il cui fondatore, peraltro, era già stato impiegato come operaio presso l’opificio Lupo.

Tutti i membri della famiglia contribuivano ad incrementare la prospera industria, come l’oculata moglie di Filippo, Donna Franca, che, nei tempi d’oro (o meglio d’argento) dello stabilimento, anziché comprare per sé una pregiata pelliccia o un gioiello prezioso preferiva che il marito reinvestisse gli introiti per accrescere i profitti della stessa attività.

Proprio al periodo del boom economico degli anni Cinquanta risale il famoso marchio della ditta, 42 PA (figg. 5 e 5a), che ebbe diffusione internazionale grazie all’alacrità del comandante di marina Giorgio, il più giovane tra i fratelli Lupo.

A quel tempo, infatti, l’impresa veniva gestita sul piano artigianale da Filippo e Placido, mentre la guida commerciale dell’azienda venne assunta da Giorgio, che aveva goduto fin da piccolo della prosperità familiare frequentando le famiglie più abbienti della città, permettendosi il lusso di girare le vie di Palermo guidando la mitica “Topolino”, e soprattutto iscrivendosi all’Accademia Navale di Livorno che gli permise di diventare ufficiale di Marina e di distinguersi durante la seconda guerra mondiale come comandante di motozattere per i rifornimenti, guadagnando una medaglia di bronzo al valor militare e altre onorificenze e croci di guerra.

Grazie agli studi e alle conoscenze nazionali e internazionali intrecciate durante la sua permanenza in Marina, il comandante Giorgio Lupo diede un notevole impulso alla modernizzazione dell’azienda e, insieme a Placido, ne favorì il trasferimento da Via Vetriera, squarciata dai bombardamenti bellici, in una area in forte espansione commerciale, la zona dei Cantieri, dove tuttora la Fabbrica si trova ubicata: era l’anno 1957.

Il nuovo edificio, progettato dall’allora famoso Ing. Cesare Barresi, era dotato di vasti locali e macchinari all’avanguardia, di spogliatoi, di una mensa e di spazi comuni per i lavoratori nel rispetto delle loro condizioni igieniche e psicologiche, di un grande show-room per la vendita al dettaglio, di uffici, di due capienti casseforti e di laboratori per la lavorazione di nuove opere argentee, regno prima di Placido, che aveva ereditato le capacità artigianali del padre, e in seguito del figlio di Placido, Giuseppe, che univa alle doti manuali anche una vena creativa e il piacere della continua sperimentazione di forme e tecniche .

Mentre Filippo e Placido gestivano l’attività, Giorgio partiva spesso per affari che lo spingevano a recarsi fino a Sheffield per acquistare le lame migliori per la produzione dei coltelli d’argento o addirittura in Sud America da cui provenivano enormi sacchi di monete in argento da fondere per ricavare posate e suppellettili da tavola dalla manifattura eccellente.

Fu proprio Giorgio a ideare e disegnare un moderno servizio di posate dalle linee essenziali che chiamò Kirsten (figg. 6 e 6a) dal nome di una bambina, figlia di un suo amico pilota del porto di Amburgo, conosciuto durante la guerra, essendo di stanza con la motozattera a Tobruk.

Alla fine degli anni ’60 il prezzo dell’argento cominciò ad aumentare notevolmente e per le liste di nozze venne utilizzato sempre più il silverplate o l’acciaio disegnato da famosi designer e dal costo decisamente più contenuto; del regalo  in argento per nascite, comunioni o matrimoni, cominciò a perdersi la consuetudine, e la crisi investì, come tante altre, anche la Ditta Lupo.

Nel 1971 Filippo e Placido, ormai avanti negli anni, recedono dall’attività lasciando il posto ai figli di Placido, Bernardo e Giuseppe, nipoti del fondatore e ben introdotti fin da ragazzini nell’azienda di famiglia. Agli inizi del XXI secolo anche Giuseppe Lupo si ritira dall’attività, cedendola ai figli di Bernardo, Livia e Silvana Lupo, che tuttora cercano di mantenerla viva, combattendo giorno per giorno contro la crisi economica mondiale.

Ancora oggi, nonostante il costo elevatissimo dell’argento, gli undici modelli di posate dell’argenteria Lupo sono sinonimo di gusto nel settore e vengono particolarmente apprezzati da raffinati intenditori attenti all’estetica di un prodotto di produzione industriale (figg. 7, 7a e 8). 

Nel 1998, sempre dall’unico schizzo di Bernardo superstite, uno dei nipoti e figlio di Giorgio, lo scenografo Fabrizio Lupo, incaricato dalle autorità municipali di Palermo di ideare il carro di Santa Rosalia, patrona della città, per le annuali festività, ha tratto ispirazione e ripreso alcuni motivi decorativi da inserire nella poppa del carro, come ben si evince dal bozzetto (fig. 9). Le fiancate sono state realizzate con lamine di ferro sbalzate e la finitura della superficie lavorata con spazzole e verniciata con gommalacca decolorata trasparente per dare l’impressione dell’argento.  Le decorazioni in vetroresina e la statua della “Santuzza” sono state rivestite di foglia d’oro e d’argento, e tutto il carro battezzato dall’autore “Il carro d’argento”, in memoria del nonno Bernardo.

Il carro sfilò per le vie di Palermo sia nell’anno 1998 che nel 1999 e, nella sua forma definitiva, nel 2000 per il festino diretto dal maestro Roberto De Simone e, nel 2001,  per l’edizione messa in opera da Valerio Festi.

Il modellino del carro, in scala 1:10, attualmente si trova custodito al Museo del Tesoro della Cattedrale palermitana (fig. 10), mentre il gigantesco carro, dopo aver percorso le vie di New York in occasione del Columbus Day negli anni 2003 e 2004 (fig. 11), è oggi custodito nella città americana presso la Fondazione Columbus Day.



[1] Ringrazio i nipoti di Bernardo, Fabrizio, Giuseppe, Livia e Silvana Lupo, per le notizie e le precisazioni fornitemi riguardo la famiglia e la Fabbrica  Lupo.