Argenti della Cattedrale

Indagine sullo stato di conservazione degli ori e argenti del Tesoro della Cattedrale di Palermo
di Iolanda Di Natale

Segni e testimonianze tangibili di un patrimonio di fede, arte e cultura, i capolavori del Tesoro della Cattedrale di Palermo richiamano ancora oggi, attraverso la loro presenza, secoli di  intensa devozione e di indimenticata storia.

Esposti e custoditi nelle nuove sale, frutto del restauro eseguito dalla competente Soprintendenza, sotto la direzione dell’architetto Lina Bellanca e inaugurate nell’aprile del 2006, suppellettili liturgiche, paramenti sacri e oreficerie fanno mostra di tutto il loro splendore e fulgore. Il nuovo allestimento ha, infatti, consentito il recupero di spazi quali la Sagrestia Vecchia dei Canonici, la Cappella del Tesoro e il Diaconicon che, già anticamente, prima del trasferimento nella Sagrestia dei Padri Beneficiali voluto negli anni cinquanta dal Cardinale Ruffini, avevano custodito il Tesoro. Si tratta di ambienti di grade interesse, sia sotto il profilo artistico, che architettonico, attraverso i quali è possibile leggere i segni delle trasformazioni subite nei secoli dalla imponente fabbrica

In funzione di ciò, l’impianto museografico è stato improntato al massimo rispetto di quello che è il contenitore di pregio nel quale va ad inserirsi. La Sagrestia dei Canonici, una volta liberata dagli arredi lignei che ne ricoprivano le pareti, ha rilevato uno spazio dominato dalle alte volte a crociera, per cui si è ricorso  alla creazione di una finta parete sul lato destro in cui inserire le vetrine ad incasso;  sistema, questo, che, lasciando perfettamente visibili le forme architettoniche, ha consentito la creazione di cinque ampie teche nella parte bassa, illuminate dall’alto da fibre ottiche e di quattro nicchie, nella fascia superiore illuminate dal basso con nubi fluorescenti.  Sul lato sinistro dell’aula si sono, invece, sfruttati dei vani già esistenti per creare altre due vetrine ad incasso. Nella Cappella del Tesoro l’allestimento è stato ricavato dal riutilizzo dell’antico armadio ligneo, riadattato in modo da ottenere dieci comparti espositivi che si fronteggiano lungo le due pareti, anche queste dotate di illuminazione a fibra ottica. Due vetrine isolate sono state poi collocate in prossimità dell’arco trionfale. Anche l’altare, dove troneggia la statua di Antonello Gagini dedicata alla Madonna della Scala, è stato reso parte integrante del percorso museale, l’allestimento ha,  infatti, voluto restituire quello che doveva essere l’aspetto originario dell’altare, attraverso una studiata disposizione di suppellettili liturgiche su i due ripiani. Anche per l’ultima sala, quella del Diaconicon, si è voluta suggerire quella che doveva essere l’immagine di un altare collocando, sotto la maestosa abside, una ampia vetrina con basamento, mentre una seconda è stata posizionata, sempre nella stessa sala, a parete.

Custodire e conservare, entro questi spazi, capolavori della produzione orafa, tessile e pittorica, così strettamente legati ai fasti della dinastia normanno-sveva, al prestigio della Diocesi metropolitana, alle donazioni di Vescovi, fedeli e regnanti, ma soprattutto alla celebrazione del Mistero Divino è, oggi più che mai, non solo un dovere improrogabile, ma anche una responsabilità civile e un atto di fede.

Principi quali salvaguardia, tutela e valorizzazione, ricerca e promozione, fruizione e devozione, non sempre risultano facilmente conciliabili. Compito di un istituto museale, quale è il Tesoro di un Duomo, deve essere, allora, quello di rendere tali aspetti, spesso apparentemente in contraddizione, azioni coerenti ed integrate di una progettualità sempre in divenire: questa la grande sfida dei nostri giorni. In tal senso, il supporto on-line rappresenta una possibilità aggiuntiva, se non addirittura discriminante, di consentire la circolazione e la divulgazione di tali principi. Ecco perché si è voluto dare particolare rilievo alla dimensione interattiva, offrendo la possibilità di accedere non solo a contenuti multimediali, ma anche, alle numerose  risorse del sito stesso dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia “M. Accascina”, all’interno del quale sarà possibile esaminare diverse opere di argenteria  e oreficeria coeve, le figure degli argentieri citati, risalire alla bibliografia completa offerta nelle schede, ausilio indispensabile alla piena comprensione sia delle specifiche finalità liturgiche e pastorali legate a ciascun oggetto, sia della più ampia storia delle maestranze di argentieri e orefici. I numerosi collegamenti esterni a livello non solo locale, ma anche nazionale ed internazionale rappresentano, inoltre, un importante supporto per poter sviluppare una visione completa ed esaustiva dello sviluppo conosciuto nell’arco dei secoli dalle arti decorative.

La seguente indagine, che si pone come fine proprio quello della protezione e della preservazione di tale patrimonio di arte e di mestiere, è stata incentrata sulla costatazione dello stato di conservazione delle opere custodite presso il Tesoro della Cattedrale di Palermo.

Contestualmente all’affermarsi, a livello museografico, di specifiche strategie di conservazione preventiva,  la cui intrinseca multidisciplinarietà coinvolge attivamente non solo l’ambito scientifico storico-artistico, ma  anche il settore fisico-tecnico, in particolare per quanto riguarda il controllo di quei parametri  di natura termoigometrica e ambientale (temperatura, umidità relativa, inquinamento e radiazione luminosa) che influenzano i naturali fenomeni di degrado dei manufatti, sono stati individuati i principali meccanismi di deterioramento a livello fisico, chimico e biologico.

Tale lavoro rappresenta solo la fase iniziale di un più ampio ambito di ricerca volto a definire, attraverso la costatazione dello stato di conservazione dei manufatti esposti nelle sale del Tesoro, una carta dei rischi e, di conseguenza, a pianificare un insieme globale di attività e interventi indirizzati non solo ai singoli beni facenti parte della raccolta, siano essi esposti o in deposito, ma di tutto l’ambiente che li ospita e accoglie.

Questa prima sezione è incentrata sulle opere d’arte sacra rientranti nell’ambito specifico dell’argenteria e dell’oreficeria.

I manufatti presi in esame sono circa settanta. Si tratta di suppellettili liturgiche di diverso genere: reliquiari, calici, ostensori, pissidi, patene, statue, vasi e paci, di manifattura siciliana, specialmente palermitana, spagnola, lombarda e romana, inquadrabili in un arco di tempo che dal XII secolo giunge sino alla prima metà del XIX secolo.

Nella prima sala sono custodite opere inquadrabili tra il XIV secolo e la prima metà del XVII. Di maestro bizantino è l’Icona della Madonna Orante, la cui tavola e rispettiva coperta argentea risalenti al XII secolo, sono stati trasformati in pace da un argentiere siciliano della fine del XVI secolo, di ispirazione gaginiana, l’opera sembra, infatti, riprendere nell’impostazione e negli elementi decorativi, i due portali della medesima sala, opera di Vincenzo Gagini del 1568-69 (scheda 1). Tra le opere di impostazione gotica e tardo-gotica si ricordano: il Reliquiario dei S. Cosma e Damiano di importazione toscana (scheda 2), il Calice di derivazione barcellonese rientrante in quella tipologia definita da Maria Accascina “madonita” per la caratteristica decorazione a foglie di cardo (scheda 3), il Reliquiario architettonico della cintura della Madonna, di ispirazione gotico-catalana (scheda 4), la Stauroteca con reliquia  del lignum crucis (scheda 10) e, ancora, la Pace con Incoronazione della Vergine, opera d’importazione o di derivazione spagnola (scheda 6), il Reliquiario a braccio del XVI secolo (scheda 8) e il Reliquiario a braccio di S. Agata (scheda 7), anche se per questi ultimi si osserva una evidente commistione da ricondurre a più tardi influssi rinascimentali e manieristici. Nell’arte della maniera rientra anche la Pace con Pietà, di argentiere lombardo (scheda 5). Di età barocca sono, invece, le pregevoli opere legate al noto argentiere siciliano Don Camillo Barbavara (1627-1662) autore dello splendido Calice in argento, smalti e gemme dono del Canonico Don Giovanni Battista La Rosa e Spatafora (scheda 16), nome quest’ultimo cui si lega anche la  Pisside (ante 1637) esposta nella medesima vetrina (scheda 17), insieme alla coeva Stauroteca (1642), dono del Cardinale Giannettino Doria (scheda 19); allo stesso alto prelato è stato, inoltre, ricondotto il Reliquiario a statua di S. Pietro, collocato entro una delle tre nicchie sopraelevate della prima sala (scheda 18), come pure  la Statua con  Immacolata, datata 1699 posta su basamento più tardo (scheda 23) e come il Reliquiario a statua di Santa Rosalia, opera del 1724 (scheda 34).

La seconda sala si apre con i due Calici in argento, rame dorato e smalto, di ambito spagnolo, esposti nella prima vetrina sul lato destro, dei quali uno risalente alla fine del XVI secolo, dono di Carlo II di Spagna (scheda 9) e l’altro, più tardo, da datarsi intorno alla metà del XVII secolo (scheda 26) e con le due Pissidi opere rispettivamente degli argentieri Michele Ricca (1633-1650) (scheda 15) e Giovanni Duro (1734) che, su chiara indicazione della committenza, ne ripropone il modello di gusto manieristico (scheda 36). Mentre nella corrispettiva vetrina sul lato opposto il Seicento si esprime con opere quali il Reliquiario architettonico, di gusto tardo-rinascimentale italiano (scheda 11), con i due Calici della Soledad, già pienamente barocchi (schede 22 e 33) e con tre Paci con Immacolata, con Pietà e con Sacra Famiglia di ispirazione gaginiana (schede 12, 13 e 14).  La ricchezza ornamentale del tardo-barocco emerge chiaramente nel grande Repositorio, ancora oggi utilizzato in Cattedrale per il Santo Sepolcro (scheda 24), nell’Ostensorio con aquila e nelle Ampolline, entrambi  in filigrana (schede 29 e 30). Al culto della Patrona, Santa Rosalia, sono dedicate diverse opere esposte in questa sala e provenienti dalla Cappella delle Reliquie: la Patena con al centro incisa a piena immagine la Santa con i suoi caratteristici attributi iconografici (scheda 31), i tre Reliquari, due dei quali caratterizzati dalla tipica decorazione a motivi floreali della prima metà del XVIII secolo (schede 32 e 35), mentre un terzo, più tardo, contenente i grani del rosario rientra nella tipologia a “palmetta” (scheda 58).  Al  Settecento risalgono: i Reliquiari a busto dei Santi Carlo Borromeo e Filippo Neri, di scuola romana (schede 37 e 38), il Calice  con  Virtù Teologali e l’Ostensorio in argento dorato col medesimo tema entrambi di chiara ispirazione serpottiana (schede 47 e 48) e i due Ostensori, rispettivamente del 1735 e del 1738 di argentiere palermitano, i cui motivi decorativi esprimono la ricercatezza del Rococò (schede 39 e 40). Tra i capolavori del Tesoro emergono l’Ostensorio con gemme e smalti pregevole opera degli argentieri Agostino Natoli e Salvatore Mercurio (scheda 51), la Gioia del Santo Costato dell’orafo Francesco Burgarello (scheda 52), mentre Calici di argentieri palermitani e catanesi (schede 61 e 62) e un rilucente Ostensorio segnano la presenza del neoclassicismo nel Tesoro (scheda 57).

Parte fondamentale della ricognizione compiuta su tale varietà di oggetti e di stili, è stata la verifica dei diversi materiali e delle tecniche utilizzate, data la compresenza, spesso all’interno della stessa opera, di argento e argento dorato, oro, bronzo, rame, smalti, gemme, pietre, cristallo e legno; così come il ricorso a diverse tecniche esecutive: sbalzo, cesello, traforo, incisione, fusione, incastonatura, saldatura, cucitura, applicazione di smalti a champlevès o a cloisonnès, taglio delle pietre e delle gemme,  intaglio del legno.

Si è potuto constatare uno stato di conservazione discreto per la maggior parte dei manufatti presi in esame, molti sono in buone condizioni e, solo una minima parte, in mediocri.

Abrasioni, spatinature, ossidazioni puntuali e diffuse, depositi superficiali sono i fenomeni di degrado più frequentemente appurati, in alcuni casi accompagnati da deformazioni, lesioni e mancanze legate principalmente alla funzione d’uso, che in passato caratterizzava e, in parte ancora oggi caratterizza, queste opere. Si sono anche riscontrate numerose tracce di interventi successivi volti in alcuni casi a riparare e in altri a modificare l’originale funzione d’uso: saldature, cuciture, aggiunzioni, sostituzioni e assemblaggi.

Le schede tecniche presentate in questa sezione forniscono, oltre alle informazioni relative a tipologia, misure, datazione, esecuzione e provenienza, anche tutte quelle notizie atte a definire quello che è lo stato di conservazione dei manufatti (ottimo, buono, discreto, mediocre e pessimo) e a fornire indicazioni specifiche di natura generale su le problematiche di maggiore evidenza rilevate nel corso della ricognizione. Segue, infine, una bibliografia specifica aggiornata.

Ogni scheda è corredata da fotografie di Enzo Brai, che si ringrazia per averle gentilmente fornite e messe a disposizione e al quale si riservano tutti i diritti.

Si ringraziano, inoltre, Mons. Giuseppe Randazzo, Delegato arcivescovile per i Beni Temporali, Mons. Filippo Sarullo, parroco della Cattedrale di Palermo, il Dott. Mauro Sebastianelli, responsabile del laboratorio di restauro del Museo Diocesano di Palermo, il Prof. Pierfrancesco Palazzotto dell’Università degli Studi di Palermo e il Prof. Maurizio Vitella dell’Università degli Studi di Palermo e direttore del MEMS di Erice.

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